Pubblicando l’articolo di Gian Lorenzo Lagna “La musica non parla” sapevo che sarei andata incontro ad una serie di riflessioni, alcune delle quali non molto confortanti.
Che cosa vuol dire essere musicisti e che cosa vuol dire esserlo oggi?
Se ripenso alla mia esperienza e a quelle di musicisti che ho incrociato nel mio cammino, direi che per certi versi essere musicisti non è propriamente una scelta consapevole, credo piuttosto che in qualche modo si venga scelti.
Ci si rende conto, ad un certo punto, di non poterne fare a meno, di non poter essere qualcos’altro.
Mentre scrivo queste righe mi torna in mente un film tragicomico di Mihailenau del 2009 “Il Concerto”, pellicola che narra la vicenda di un direttore d’orchestra di grande successo, spodestato per aver incluso tra gli strumentisti degli ebrei. In breve, dopo anni di frustrazioni, con un colpo d’astuzia, Andrei Filipov si rimette in gioco recuperando gli ex musicisti del Bolshoi anch’essi epurati. Alla fine, il protagonista riesce a ridare ai musicisti l’incarico per il quale sono nati: suonare per gli altri. Con quest’azione il film dimostra non soltanto l’enorme potere aggregante della musica, come espressione di multiculturalità (indicando con “armonia suprema” il momento di massima condivisione tra orchestrali), ma anche l’idea che, nonostante le avversità e l’allontanamento per anni dal palcoscenico di grandi teatri, l’essenza dei musicisti, in qualità di messaggeri di qualcosa di più grande delle stesse vicende umane, non fosse affatto alterata.
Nonostante ciò, essere musicisti non è affatto semplice, tutt’altro. Tutte le epoche sono state in qualche modo avverse a questa categoria. Le situazioni rosee si contano sulla punta delle dita.
Certo è che, se in passato, la musica colta era appannaggio di pochi, oggi potrebbe essere davvero fruita da tutti. Esistono i mezzi per divulgarla, tutte le categorie sociali potrebbero esserne coinvolte (moltissime stagioni sono ad ingresso libero per esempio).
Che cosa sta succedendo dunque? Perché di fatto non è così?
La cause sono sicuramente molteplici e anche sfaccettate e non è mia intenzione analizzarle qui, vorrei però soffermarmi su alcune considerazioni: in fondo, ciò che manca, è un punto d’incontro tra passato e presente.
Pare essersi inceppato il meccanismo di passaggio al testimone tra il vecchio e il nuovo. E’ cambiato il linguaggio senza ombra di dubbio. La tecnologia si evolve e si evolverà sempre più rapidamente, espletando codici rapidi, nuovi, immediati e inarrivabili alle generazioni di qualche anno fa. Nel frattempo, l’istantaneità della comunicazione mediatica, ha rimosso, nelle giovani generazioni, qualunque possibilità di manifestarsi attraverso un linguaggio curato e avveduto. I ritmi crescono in modo vertiginoso e tutto si muove sempre più velocemente; si tratta ogni tematica in modo superficiale, di conseguenza la nostra capacità riflessiva e di approfondimento va perdendosi. Non sappiamo più cogliere l’attimo e apprezzare la complessità.
Questa discrepanza tra passato e presente, ha generato una situazione alquanto singolare, pensiamo alla dinamica che si sviluppa tra due bambini cresciuti in differenti aree della terra e messi a giocare nello stesso giardino. Non parlando la stessa lingua, dapprima si urleranno contro, inizieranno a strattonarsi per cercare una strategia di comprensione attraverso l’atto fisico, per poi realizzare che la soluzione migliore sarà quella di far uso dei giochi un po’ per uno. Col tempo, l’uno indicherà addirittura all’altro piccole malizie per impiegare lo scivolo in modo ancora più divertente. Allo stesso modo, generazioni passate e future stanno attraversando dinamiche simili, purtroppo però non siamo ancora arrivati alla fase delle malizie.
Ora, che cosa possiamo fare per cercare nuove vie di comunicazione tra coloro che devono necessariamente passare il testimone e coloro che devono iniziare a correre col testimone?
Io direi di provare a partire dai bambini e dall’ascolto delle loro testimonianze. Capire che cosa si aspettano dalla musica e quale posto occupi nella loro esistenza, può certamente fornirci significativi elementi di analisi.

Riporto qui sotto il pensiero testuale di alcuni bambini e ragazzi non necessariamente iscritti a corsi di musica.

“La musica ti dice ciò che non ascolteresti o diresti mai”; “il bello della musica è che quando ti colpisce nel punto più bello, è proprio bello” Greta (8 anni).

“A me mi piace anche tanto ballare, muovermi e mi rende anche felice, la musica mi fa compagnia” Anna (4 anni).

“Do re mi fa sol la si do do si la sol fa mi re do “(ridendo). Enrico (5 anni).

“La musica è un momento rilassante e anche divertente” Allegra (9 anni).

“La musica è tutto ciò che ha un ritmo e un suono” Sara (11 anni).

“La musica è poesia perché mi porta allegria” Tommaso (9 anni).

“La musica è il rock, è il pianoforte!” Francesco (5 anni).

“La musica è giocare. Sono un’artista, un musicista, un bambino forte e coraggioso” Giorgio (5 anni).

“La musica è una melodia che attraversa lo spazio e il tempo entrando nell’animo delle persone come un vento travolgente. La musica è una medicina che può guarire anche le ferite più profonde. È la compagna di viaggio che non ti abbandona mai anche nei momenti più bui, insomma è come una vera amica.Sa come farti tornare il sorriso in ogni momento. Quando ascolti la musica è come se si aprisse un mondo nuovo pieno di vita e speranza e tutti i dubbi e le paure che ti perseguitano spariscono nella sua dolce melodia” Elisa (14 anni).

Ognuno di loro vive la musica con grande spontaneità e naturalezza, ciascuno vi coglie significati diversi, interpretandone il senso a modo proprio. Ora pensiamo a noi, al nostro mondo, alle nostre aspettative, ai nostri pensieri omologati. Chi di noi avrebbe detto “La musica ti dice ciò che non ascolteresti o diresti mai” con così tanta convinzione e sincerità, senza contornare il tutto con elaborate elucubrazioni e gigantesche montagne di nulla? Se “la musica è tutto ciò che ha un ritmo e un suono”, vuol dire che Sara sente la musica nel ticchettio di una matita sul tavolo, nella pioggia, nel vento e nel cosmo che la circonda. Chi parla di poesia, chi cita la scala musicale, chi la considera un momento di relax. Anna pensa alla musica come una compagnia e ha solo 4 anni. Giorgio fa una sintesi incredibile e si sente forte e coraggioso perché musicista.Non so come la pensiate voi, ma forse è il momento di lasciar stare i fronzoli e optare per la sobrietà, proprio come fanno i bambini; senza paletti, aperti all’ascolto, senza alcun pregiudizio. Le loro dichiarazioni in merito sono spesso molto profonde.  Ascoltano e sono predisposti a sentire oltre, sentono anche ciò che con le orecchie non si può sentire, aprendosi a visitare scenari che noi adulti non possiamo nemmeno immaginare. Non sarà questa la dimensione che si aspettano di ereditare da noi? La dimensione di un linguaggio dalle radici profonde e vissute senza banalizzazioni, semplificazioni inutili, camuffamenti che ci ostiniamo a sfoderare per dimostrare più esperienza. Mai come oggi credo sia necessario ricominciare dalle cose vere, evitando atteggiamenti surreali, stigmatizzazioni ed elaborazioni. Partire da un dialogo pulito e autentico credo sia il miglior presupposto per favorire un’ambiente culturale-musicale ricco e propositivo, capace di guardare avanti senza perdere la consapevolezza di un passato generoso e proficuo.

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